SCEMO CHI LEGGE

Scemo chi legge

Non so se la storia sia vera;
quel che conta adesso è che sia stata raccontata e che ci abbiano creduto.
(Il manoscritto di Brodie, Adelphi)

Dopo oltre vent’anni, Borges pubblica nel 1970 una raccolta di racconti intitolata Il manoscritto di Brodie. Borges era già Borges (disgraziatamente) e possiamo immaginare un certo hype per un libro fiction di Borges che esce a distanza di circa una generazione – 21 anni – da L’Aleph (1949).

Perché stiamo parlando di Borges. Dello scrittore quello bravo, che eleva la questione, il protagonista (proprio malgrado) di quella “narrazione dello scarto” tra lettori e non lettori con la quale ci hanno ammorbato.

Che ridere.

Il libro che pubblica Borges, dopo una vita dedicata alle lettere e dopo due decenni di nulla narrativo, è un libro contro i libri. O meglio, un libro contro le persone che leggono libri e un libro che denuncia la subordinazione della lettura all’azione. Un libro che sembra anticipare di decenni l’attualità degli anni dieci del XXI secolo.

Andiamo con ordine. Le prime righe del primo racconto – L’intrusa – sono già una myse en abyme dell’intero progetto Brodie e un classico della letteratura borgesiana.
Fine del XIX secolo, Argentina, l’ambiente è quello dei sobborghi e dei gauchos, ovvero del popolo. A una veglia funebre qualcuno ascolta una storia e la ripete a un uomo che successivamente la racconta al narratore. Al narratore hanno raccontato anche una seconda versione (“un po’ più prolissa”) della medesima storia. Quest’ultimo, infine, la scrive cedendo “alla tentazione letteraria di accentuare o di aggiungere qualche dettaglio”.

Poco dopo si parla dell’unico libro che fa capolino all’interno della casa dei due protagonisti del racconto, due fratelli che condividono la stessa donna. Si tratta di una Bibbia “malridotta”. All’interno della Bibbia, scritti a mano, “dei nomi e delle date”.

Infine, un riferimento alle origini dei due fratelli. Nel loro sangue, scrive Borges, scorre “la Danimarca o l’Irlanda”, “di cui non avevano mai sentito parlare”.

Cosa abbiamo?

Intanto, una interessante genesi delle storie. Le storie, in questo racconto e in questo libro, procedono dalla tradizione orale, “dal basso”, e sono uno strumento e un sapere comune. Chiunque racconta storie*. Lo scrittore se ne appropria. È un usurpatore, lo scrittore, un opportunista.

A seguire abbiamo una dissacrazione dell’oggetto libro. Il libro più famoso (e più venduto) della storia dei libri, la Bibbia, è utilizzato per annotare nomi e date dell’ambiente familiare. Il libro, insomma, è decontestualizzato dalla sua funzione e reso complemento, mero appoggio. Il libro non è utile in quanto libro: non viene letto ma scritto. La Bibbia, inoltre, è l’unico libro che possiedono i due protagonisti e si appaia con la loro malvagità, senza ascendente sulla morale. Il libro non può nulla, il libro non educa nessuno.

Interessante anche il riferimento alle origini dei due fratelli. A proposito di culto delle nazioni: una coppia di archetipi dell’argentinità, una coppia di gauchos, non è nemmeno argentina ma europea.

(Siamo tutti greci o romani in esilio, diceva Borges. E diceva anche che gli inglesi altro non sono che contadini tedeschi).

Infine, il tema del racconto: il rapporto tra i sessi. (Considero L’intrusa una sorta di prequel de La parte dei delitti contenuta in 2666 di Roberto Bolaño. I latinoamericani hanno raccontato la violenza dell’uomo sulla donna molto più di quanto viene evidenziato).
Fun fact: il finale – una frase agghiacciante e spietata – lo scrisse la madre di Borges. Non soltanto una donna, dunque, ma la madre dell’autore.

Mi sembra che dentro questo racconto di 5 pagine (cinque) ci sia già una parte rilevante della nostra contemporaneità: le narrazioni e le loro versioni, l’anti-intellettualismo quale sottoprodotto (oggi sdoganato) della dicotomia pensiero-azione, i nazionalismi come invenzione, le religioni come retaggio, la violenza di genere. E anche qualcosa da riscoprire: i movimenti delle storie.

L’indegno, il racconto successivo, è, se possibile, ancora più esplicito. È la storia di un delatore che tradisce i suoi amici alla vigilia di una rapina. Il delatore, che anni dopo diventerà il proprietario di una libreria e lavorerà a “un’antologia dell’opera di Baruch Spinoza”, si rivolge allo Stato, alla polizia, per denunciare una piccola comunità di ragazzi di strada che si fidava di lui e che l’aveva prima protetto e poi incluso.

L’uomo di lettere non è solo vigliacco ma inverte l’etica dell’uomo d’azione (ah, Spinoza). Il lettore fa la spia e poi lavora sul filosofo olandese. L’uomo d’azione si fa arrestare o si becca una pallottola. L’etica è da una parte teorizzata e dall’altra reificata.
Che cosa ci voleva dire Borges?

Proviamo a capirlo con L’incontro. L’ambientazione è borghese. Una grigliata in villa. Gli invitati “erano, come non tardai a capire, esperti in argomenti di cui sono ancor oggi indegno: cavalli da corsa, alta moda, automobili, donne notoriamente costose”. Sullo sfondo alcolici, carte, armi bianche. (praticamente, senza coltelli, la mia serata ideale). Le armi sono in vetrina e pertanto esposte, museali, esotiche. L’uomo borghese colleziona le armi ma non le usa perché non ne è capace. E infatti saranno le armi a combattere attraverso gli uomini. L’uomo presentato come strumento dell’oggetto (Fight Club, ma molto prima). E, sempre a proposito di contemporaneità, dentro questo concetto si intravede l’idea anticapitalista, meglio dire precapitalista, di Borges. Nel racconto seguente scrive “la povertà di ieri era meno povera di quella che oggi ci riserva l’industria. Anche le fortune erano minori”.

Il racconto seguente, appunto. La signora anziana è la storia della figlia di un colonnello che muore a 44 anni dopo una vita avvincente e movimentata. Un uomo che “i professori della Scuola Militare avrebbero respinto; aveva sostenuto battaglie ma neppure un esame” (ehm). È un racconto che analizza questioni come il linguaggio, la storia e la conoscenza. È splendido, una vetta borgesiana. Borges descrive una donna situata ma, in simultanea, il modello di un’esistenza chiusa, conservatrice e decaduta (la gigantesca scritta attualità) di cui racconta in parti uguali limiti e virtù, pregi e difetti (la gigantesca scritta Borges campione del mondo).

Scemo chi legge
Pepe the Frog nella vita reale.

Questo filone della narrativa di Borges, che Ricardo Piglia definisce “populista”, garantendo un notevole grattacapo ai (non) lettori borgesiani a cui piace spendere oppure mostrare Borges come fosse un attestato o una patente di cultura elitaria e raffinata, lascia tracce anche in altri libri di Borges. In tutti i libri di Borges c’è un attacco alla lettura oppure, se preferite, un’esaltazione della vita semplice e d’azione.

Ne La notte dei doni, racconto contenuto all’interno de Il libro di sabbia, il padre di Borges e altri avventori di un caffè a Buenos Aires discutono “il problema della conoscenza”. Per farlo si affidano alle tesi di Bacone e Platone. “Un altro interlocutore”, “smarrito in quella metafisica”, prende parola e racconta una storia. Una storia di postriboli, sesso (sesso alla lontanissima; è un racconto di Borges) e morte. Ma quello che importa è che la storia sia la risposta a un’astrazione filosofica. Una risposta e una reazione, che possiamo arrivare a definire di classe. Altro argomento che ci riguarda da vicino. Laddove riflessione, linguaggio e pensiero non arrivano in quanto “appannaggio” di una classe sociale o di un’istruzione, Borges fa arrivare una storia. Laddove non arrivano i fatti, Borges fa arrivare una storia. Le storie, dice Borges, colmano lo scarto. E, aggiunge, una volta tramandate, una volta raccontate, le storie cominciano a penetrare. Le storie cominciano a muoversi. Le storie si concretizzano, attecchiscono con più o meno successo, entrano in relazione specifica con la realtà. Borges intuiva con chiarezza che il mondo era (ed è!) abbondantemente oltre la dicotomia “vero-falso”. Sono i nostri tempi a fare i conti, in ritardo, con questo superamento. Per fare solo un esempio, la comunicazione politica odierna può agilmente venire riassunta nell’epigrafe di questo articolo: “Non so se la storia sia vera; quel che conta adesso è che sia stata raccontata e che ci abbiano creduto”.
Borges sceglie di raccontare le storie del popolo. Le storie di gauchos, coltelli e quartieri. Le storie che sentiva, forse, agli angoli delle strade o nei caffè. Ma il suo non è nazionalismo (la nazione è casuale), bensì la radicalizzazione, la verticalizzazione e la frequentazione del caso: ovvero il localismo. La narrativa di Borges riesca a essere iperlocale e cosmopolita a un tempo. La mediazione tra queste due visioni – la visione nazionale – è rifiutata. Borges, non a caso, si definiva un “anarchico individualista” e prefigurava “un minimo di Stato e un massimo di individuo”. Era la sua utopia, l’anarchia. La sua mancata iperstizione.

Lo scrittore elitario e argentino per antonomasia era uno scrittore folclorista e mondialista (la gigantesca scritta sticazzi Fusaro).

Arriviamo infine al il racconto più famoso de Il manoscritto di Brodie, Il vangelo secondo Marco. La storia di un uomo di trentatré anni, bravo oratore e studente di medicina, che trascorre un periodo di villeggiatura in campagna e si ritrova per una serie di vicende con la famiglia del fattore. Tra il dotto studente e l’umile famiglia non riesce a esserci dialogo. Lo studente, che aveva tentato di leggere il Don Segundo Sombra, ma “il fattore era stato mandriano e non gli potevano interessare le avventure di un altro”, trova in casa una Bibbia inglese, sulla quale la famiglia aveva “lasciato scritta la propria storia”, “la cronaca si interrompeva intorno al 1870; ormai non sapevano più scrivere”. Per socializzare, lo studente legge il vangelo secondo Marco. La famiglia del fattore ascolta quelle storie e si convince che lo studente, ovvero il lettore, sia il Cristo. Dopo averlo viziato e idolatrato e dopo avere “conosciuto” il proprio destino (“Si salvarono anche i romani che lo piantarono alla croce?”. “Sì”), lo maledicono e lo crocifiggono su una Croce costruita con le travi del capanno.

Borges, qui, presenta la lettura come pratica mortale, in grado di corrompere e degradare le persone. L’esatto contrario della visione scolastica e accademica, borghese e neoliberale con la quale facciamo i conti da sempre. La semplicità di un nucleo familiare essenziale e autosufficiente (una comunità autarchica, a volere azzardare) annientata dalla lettura di un libro. Un libro che serviva – ancora una volta – da archivio domestico e dunque da storia privata ma che torna “attivo” per colpa di un lettore, che lo legge per “esercitarsi nella traduzione e forse per vedere se capivano qualcosa”, ma che scatena una maledizione su tutti.

Il manoscritto di Brodie è il libro più politico di Borges (non a caso qualcuno lo definisce “opera minore”), dove Borges spiega che le storie non hanno nulla cui spartire con i libri, fa l’apologia di esistenze che non sono state la sua, ribadisce che le narrazioni del popolo sono fondamentali e formative e precorre quella distanza tra culture e classi sociali oggi esplosa in tutta la propria forza. Borges, con Brodie, cerca di portare “l’uomo della strada” alla letteratura (invertendo i fattori del proposito di Simone Weil: portare la letteratura all’uomo della strada) facendosi beffe della cultura da salotto. La cultura accademica, esclusiva e settaria, ovvero la cultura che non lo legge oppure non lo capisce ma che continua a esibirlo, citarlo e tirarlo per la giacchetta.
Borges, con questo libro, prende posizione. Tra vivere e leggere, dice, è meglio vivere. Ma se proprio dovete leggere, dice Borges, penso io, leggete bene.

“Spero che il Governo di sua Maestà non ignori ciò che osa suggerire questo rapporto”, sono le ultime parole del libro.

* Il potere detiene il potere grazie alla propria capacità di raccontare storie. Le narrazioni sono ovunque. La capacità di narrare prescinde da titoli, cultura o attitudini. È necessario tornare a capire come funzionano le storie e come riconoscerle quando ci vengono raccontate al fine di decodificarle, rendersi immuni ed essere in grado, al bisogno, di rispondere attraverso una contronarrazione.

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