Il migliore amico di Bolaño

Questa è la terza parte di un articolo uscito per Finzioni Magazine. Qui intero. Qui la prima parte. Qui la seconda parte.

[…] Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira. […].
(Il giovane Holden, Jerome David Salinger)

“Poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.
Figuriamoci. Applicato ai fattori Jorge Luis Borges, Julio Cortázar oppure Roberto Bolaño il ragionamento avrebbe coinciso con un’accelerazione drastica del concetto e del reato di stalking e con il mio arresto.
Ma loro ne avevano ben donde. Loro si chiamavano Adolfo, Paco e Mario e sono stati per Borges, Cortázar e Bolaño quella persona e quell’amico: il migliore.

A José Alfredo Zendejas Pineda piace camminare per Città del Messico e attraversare le strade senza guardare. Un’abitudine pericolosa. Ma non un problema per José Alfredo Zendejas Pineda che, in verità, si fa chiamare Mario Santiago Papasquiaro, crasi dei suoi due nom de plumeMario Santiago prima, Santiago Papasquiaro poi – e che deambula accompagnato da un bastone dal 1980, quando viene investito per la prima volta. Anni ottanta, appunto. Mario è tornato da poco da Gerusalemme dopo un periodo tra Parigi e Vienna. È dipendente da alcol e droghe. È un uomo dalle consuetudini stravaganti, si capisce. Come telefonare all’alba ai suoi amici e leggere poesie oppure scrivere componimenti lirici sulle pareti di casa.
Nel 1970 Mario Santiago Papasquairo conosce Roberto Bolaño presso il Café La Habana di calle Bucareli a Città del Messico. Hanno entrambi 17 anni.
Nel 1975, i due, insieme a una ventina di persone tra le quali Ramón Méndez Estrada, Bruno Montané, Rubén Medina e José Vicente Anaya avviano l’infrarealismo, movimento d’avanguardia un po’ dadaista e un po’ beat.
Il nemico degli infrarealisti è l’estabilishment culturale messicano, il conformismo e la cultura “ufficiale”, fattori che in quegli anni e a quelle latitudini rispondono innanzitutto al nome di Octavio Paz (ancora lui, sì, cornuto e mazziato). Gli infrarealisti sono guerriglieri letterari: boicottano – o tentano di boicottare – letture, presentazioni e premiazioni del mondo culturale “alto” e pubblicano su riviste minori che fondano e affondano in un amen. Nel 1977 l’unico numero della “Correspondencia infra, revista menstrual del movimiento infrarrealista” include una poesia di Mario Santiago dedicata a Roberto Bolaño, Kyra Galván e Claudia Kerik e intitolata “Consigli di un discepolo di Marx a un fanatico di Heidegger”. Vi ricorda qualcosa?2 Il 1977 è anche l’anno della diaspora infrarealista: Papasquiaro parte per Parigi, Bolaño per Barcellona. L’infrarealismo non esiste più.

bolano_papasquiaro
Mario, ho avuto un’idea: scassiamoci questa tortilla e andiamo a sabotare un reading di Paz.

La seconda parte del libro I detective selvaggi di Roberto Bolaño, pubblicato nel 1998, conta 84 capitoli nei quali 54 personaggi ripercorrono contatti e spostamenti dei fondatori del realismo visercale, Arturo Belano e Ulises Lima, tra gli anni 1976 e 1996.
Lo sappiamo: Arturo Belano e Ulises Lima sono Roberto Bolaño e Mario Santiago Papasquiaro e il realismo visercale è l’infrarealismo. Nel libro, le traiettorie dei due hanno un differente epilogo (SPOILER): Lima scompare in Nicaragua ma dopo un paio d’anni ricompare in Messico. Belano, invece, sembra morire in Liberia.

A Mario Santiago Papasquiaro piace camminare per Città del Messico e attraversare le strade senza guardare. Il 7 gennaio 1998 comunica a Rebeca López, sua moglie, che si sarebbero rivisti più o meno lunedì 12 gennaio. Vado a fare un giro, Rebeca, me la prendo comoda, ci vediamo tra cinque giorni. Divertiti, caro. Il 9 gennaio 1998 viene investito da un’automobile e muore all’alba del giorno seguente. Rebeca – chiaramente – è all’oscuro di tutto fino al 12 gennaio, quando interroga gli ospedali e le caserme della capitale. Al funerale di Mario Santiago Papasquiaro non c’è praticamente nessuno, nemmeno Bolaño, che vive a Barcellona e che il 9 gennaio 1998, mentre l’amico muore a Città del Messico, finisce di correggere I detective selvaggi e manda il libro in stampa.

“Mi sarebbe piaciuto che lo leggesse. Questa era una delle mie intenzioni: che lui leggesse il romanzo e ridesse, che ridessimo insieme. La letteratura e la vita sono piene di casualità stranissime. Una di quelle che più mi hanno fatto male è che giusto il giorno dopo che io terminassi di correggere I detective selvaggi Mario morì e mi lasciò scioccato. Fu una morte infame. Lo investì un’auto e si diede alla fuga. Mario era un alcoolizzato terminale, però stava bene, avrebbe potuto continuare molto tempo ancora bevendo. Beveva come una spugna. E un’alba, vai a sapere dove andava, con chi, non si è mai saputo, lo investì un’auto che lo lascia ferito a morte e si alla fuga. Almeno questa è la versione uffciale. Lo raccoglie un’ambulanza dopo un po’ di tempo, lo portano all’ospedale, muore nell’ospedale, nessuno sa chi sia e passa una settimana nella morgue senza che nessuno vada a cercarlo.Un casino terrorizzante. In Messico, nel gennaio del 1998. Una fottutissima storia. Ed è curioso, perché ne I detective selvaggi quello che sembra morire è Belano e Lima sembra che sopravviva, e nella vita reale è successo il contrario”.

Ulises Lima era Mario Santiago Papasquiaro, morto da un anno. Era il mio migliore amico. Un tipo stranissimo, un lettore incallito, leggeva anche mentre si lavava. Vedevo i miei libri bagnati e non sapevo cosa fosse successo. Il Messico è così grande che piove solo in talune zone? Domande che mi facevo prima di sorpenderlo con i libri in doccia. Mario era un personaggio fantastico, senza disciplina alcuna. Un essere prezioso. Un poeta”.

2Il primo libro di Roberto Bolaño, scritto a quattro mani con Antoni García Porta, esce nel 1984 e ha titolo Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, Sellerio Editore Palermo.

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