PROPIZIO È AVERE OVE RECARSI

Ascolto le parole di Emmanuel Carrère e le parole di Andrea Bajani e le parole dell’interprete che traduce le parole di Bajani a Carrère e le parole di Carrère a più o meno tutti e sono al teatro Franco Parenti di Milano e accanto a me c’è parecchia gente con un sacchettino Adelphi tra le scarpe. Dentro il sacchettino Adelphi c’è il nuovo libro di Carrère, Propizio è avere ove recarsi.

Ed è esattamente quello che stai pensando: è uscito un libro che si intitola Propizio è avere ove recarsi e noialtri ce lo abbiamo tutti scientemente in mezzo alle gambe, nonostante il titolo, in un sacchettino di carta, venti euro. Ecco un motivo: Emmanuel Carrère è una superstar delle lettere che veste bene e che a quasi sessant’anni ha più capelli di buona parte degli astanti. Eccone un altro: Emmanuel Carrère è un poligrafo nel XXI secolo. Scrive di politici russi, di cristianesimo delle origini, di criminali, intervista Catherine Deneuve, scrive serie televisive, scrive film, scrive di tutto.

Provoca un certo effetto guardare uno scrittore di successo, in teatro, accanto a uno altro scrittore di successo (ma molto meno, Bajani) e a una traduttrice infallibile. Quei tre – lassù, sul palco – sembrano l’allegoria del nostro paese e forse di tutti i paesi: due persone gesticolano e propagano proporzionalmente i reciproci successi, una persona lavora alacremente e concentra in sinceri e sporadici climax i propri traguardi. E poi – i più, dirimpetto – ascoltano, ricevono e stanno fermi.

Mentre cotanto ragionamento si risolve in spallucce e Propizio è avere ove recarsi viene descritto come una sorta di “best of 1990-2015 (sic.) di Emmanuel Carrère”, il mio telefono non smette di vibrare. Quelle vibrazioni mi mettono un poco a disagio perché rintracciano e rilevano una distanza: la distanza tra me e Carrère. Dato che il problema principale con e di Carrère pare essere l’ego di Carrère (se ne parla di continuo), ho deciso di concentrarmi sulle mie notifiche. Sul mio ego. O su quello del mio telefono. Sul fatto che il mio cellulare non smetta di vibrare simultaneamente a domande quali “Dove mettiamo l’io?” e sul fatto che il mio telefono cellulare abbia la necessità di autenticare questioni come ”Qual è la posizione morale e fisica dell’io?”. Carrère ha appena finito di raccontare come, in taluni casi, scrivere assomigli a un dovere, specialmente a seguito di richieste provenienti da soggetti sensibili, magari i superstiti di una tragedia, magari i parenti di qualcuno che è morto oppure che ha fatto del male a qualcun altro. “Sei uno scrittore, Emmanuel, pensaci tu”. Applausi. Applausi per il dovere morale, la serietà e i drammi raccontati da Carrère e pure per la giacca sartoriale, i capelli neri e la professionalità di Carrère mentre il mio telefono vibra e reca insulti biechi, immagini bieche, tutta la bieca marzialità della domenica sera e del giuoco del fantacalcio. (E io che mi dovrei sentire un po’ a disagio perché è l’unica soggettività che riesco a infilare dentro questa cronaca e pertanto registrare la mia evidente incapacità di essere uno scrittore in Carrère).

Ho conosciuto Carrère grazie a Limonov. Poi ho letto L’avversario e Il regno. Tutti libri che mi sono piaciuti molto. Eppure nell’acquistare i biglietti per la presentazione di Propizio è avere ove recarsi ho ragionato su quanto Carrère rappresenti una eterodossia rispetto alle mie abitudini di lettore e alla mia, per così dire, educazione letteraria. Perché leggo i libri di Carrère? Perché mi piacciono i libri di Carrère? Credo che la risposta sia: perché Carrère ci mette la faccia, (come sulla copertina di Propizio è avere ove recarsi: there will be haters), allargando le maglie della non-fiction, sovvertendone i limiti, facendo, insomma, “altro”. E perché è capace di farlo. Perché il suo “io” mi interessa almeno quanto le storie che racconta. E perché il suo “io” invalida qualsiasi pretesa di verità oppure di soluzione: non leggiamo “una storia” ma leggiamo “una storia raccontata da Carrère” e la sua narrazione sarà sempre onesta proprio perché scevra dal giogo dell’oggettività. La decisione di mettersi davanti all’obiettivo è un gesto di estrema generosità, di radicale considerazione del pubblico, altroché egoriferito: mi racconto (anche) per evitare di celare e propagare il giudizio, la generalizzazione e l’arbitrarietà. Non solo, Carrère soddisfa altre due necessità dell’uomo: racconta storie (dunque mette ordine) e ci permette di sbirciare nella vita di uno scrittore di successo, di fare i guardoni, anzi, i voyeur.

Propizio è avere ove recarsi è una miscellanea che copre un quarto di secolo e dentro contiene di tutto: reportage, cronache, opinioni, viaggi. È l’autoritratto di uno scrittore che si cerca attraverso le vite degli altri e che sembra nato per stare davanti a una platea, a un microfono, a una coorte. È la biografia di uno scrittore capace di sottolineare le abilità dell’interprete, di regalarle un lungo applauso (così Carrère racconta Carrère) e di rispondere a qualsiasi domanda prima di prepararsi, naturalmente, a firmare decine e decine di copie.

 

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